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 Dove vi porta il cuore?

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MessaggioTitolo: Dove vi porta il cuore?   Lun Mar 31 2008, 23:34

Avete programmato qualcosa per le vostre vacanze?
Dove pensate di andare?
Volete raccontare le vostre preferenze, i vostri sogni...
Avete deciso di passare un fine settimana in qualche località
raccontateci....
Infine se avete un giorno di riposo che fareste..
Siamo curiosi di sapere......Raccontateci
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sidorela

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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Mar Apr 01 2008, 19:34

Very Happy viaggiare.....la cosa che piu' amo.....quando ho potuto l'ho fatto, non che sia stata in molti posti, ma mi accontento :cuba turchia mar rosso tunisia londra scozia jugoslavia costa azzurra,,, bei ricordi......adesso mah .. da due anni nulla.... fine ... ma verranno tempi migliori e forse avro' la fortuna di viaggiare ancora
per ora mi accontento del mio paesello tra le stupende colline toscane.... un giro in moto quando il tempo lo permette Very Happy
ciao sidorela
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Rabelais

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MessaggioTitolo: Realtà e sogno (1)   Ven Nov 14 2008, 11:05

Abu Simbel


Il pullman percorre la pista nel deserto mentre sta sorgendo il sole. All’orizzonte un baluginare rosato ha man mano lasciato spazio ad una più diffusa luminosità, finché il pieno splendore dell’oro non è scaturito dal disco solare apparso da dietro le alte dune come un miracolo. Incantevole spettacolo, avvincente spiegazione della incarnazione divina del dio Ra. “Tu appari bello all’orizzonte” comincia l’inno di Amenhotep IV, adoratore di Aton, il disco solare. Bello lo è davvero, splendente, e inonda di luce la terra, perché ormai è pieno giorno.

Alle sette sono già davanti al tempio grande, fatto scavare, come l’altro, da Ramses II nella roccia, ai limiti estremi dell’impero, perché servisse da monito ai Nubiani: un segno della sua invincibilità, della sua potenza, della sua divinità.



Come altri templi egizi, quelli di Abu Simbel non si trovano più nel luogo originario in cui furono eretti. A causa della costruzione della diga alta di Assuan e della formazione del grande Lago Nasser, nel 1964, sarebbero ora sommersi se non fossero stati smontati pezzo per pezzo, tagliati in più di mille blocchi di 30 tonnellate ciascuno e poi rimontati, a 200 metri di distanza, 64 metri più in alto, su una base di cemento armato. Il visitatore non s’accorge che l’ambiente naturale circostante è stato ricreato artificialmente: ciò che colpisce immediatamente è la grandiosità della concezione, l’arditezza del progetto di chi ha ideato i templi.

Davanti al tempio grande si ergono quattro statue colossali di Ramses II seduto sul trono: stupisce la loro maestosità, l’altezza di 20 metri suscita meraviglia e timore ancor oggi; come doveva essere sconvolgente la loro vista 3.300 anni fa per chi, dopo giorni di navigazione, le vedeva apparire all'improvviso e sbigottiva vedendo raffigurata simbolicamente nell’immagine così ripetuta del monarca con la doppia corona dell’alto e del basso Egitto, la sua volontà di riaffermare l’indissolubilità e la potenza dello stato! Niente, più di questi templi, poteva far comprendere ai contemporanei la figura del grande faraone e della sua politica.

Ramses II, continuatore dell’opera del padre Seti nella restaurazione dell’impero sotto la XIX dinastia, amò presentarsi come uomo di guerra. Per questo fece scolpire su molti templi la scena che ora mi ritrovo di fronte nell’interno del grande monumento di Abu Simbel: il faraone che sul carro da guerra, invocato il dio Amon, travolge gli Ittiti di Kadesh, salvando l’esercito in una giornata che si annunciava fatale all’impero egiziano.

Ora tutti sanno, grazie agli studi degli storici e degli egittologi, che le cose non andarono proprio così e che la tanto conclamata vittoria non fu altro che propaganda politica, tanto che si concluse con un patto di non aggressione e di reciproco aiuto con i nemici Ittiti, ma in tempi in cui ogni tipo di informazione era affidata a resoconti orali e a iscrizioni templari, la cosa servì egregiamente allo scopo. Come servì allo scopo l’autoproclamazione, da parte di Ramses, della propria divinità, suggerita e ribadita dalle pitture che si vedono all’interno del tempio, dove è in compagnia delle più venerate divinità egiziane; ma è nella concezione del sacrario che tale autoproclamazione raggiunge il suo apice.

Lì si trovano le statue, assise sui loro troni, di Amon, di Ra, di Ptah e dello stesso Ramses e due volte l’anno, nelle date di nascita e di intronizzazione del re, il 20 febbraio e il 20 ottobre, i raggi solari, penetrando nei recessi del tempio, illuminano le statue che ne vengono accese come per un miracolo (ad esclusione di quella di Ptah, che era il dio delle tenebre).

Il racconto di tale avvenimento, passando di bocca in bocca, non doveva riempire di religioso timore chiunque ne sentisse parlare? Non doveva dissuadere i Nubiani tributari dalla ribellione verso un re-dio così potente da riuscire a piegare a sé magicamente i raggi solari?

Penso tutto questo mentre visito il tempio e guardo le finissime incisioni parietali dipinte. Mi prende un’emozione estetica indescrivibile nel vedere la lirica liturgia della descrizione della battaglia di Kadesh: la figura del re che irrompe col suo cocchio sui nemici che lo accerchiano, sgominandoli, è di una straordinaria potenza espressiva.

Su un’altra parete Ramses, appiedato, la gamba sinistra slanciata in avanti, con la sua mazza da guerra colpisce con decisione i nemici che ha afferrato per i capelli e che, ai suoi piedi, chiedono pietà alzando le palme verso di lui. Poi, assiso sul trono riceve , in solenne apparato cerimoniale, gli omaggi e gli atti di sottomissione dei popoli vinti: la liturgia della forza e del potere si snoda ininterrottamente, ma la bellezza straordinaria della rappresentazione fa scordare la violenza che vi è sottesa.



Sono incantato e perso in un rapimento estatico mentre mia moglie decifra le scritte che accompagnano i dipinti. Il poema di Pentaur descrive la battaglia di Kadesh. Legge: “Ecco, Amon mi ha dato la sua vittoria, mentre non c’era esercito con me ed ero solo. Ogni terra che ha visto, riferirà il mio nome a partire dalle terre straniere lontane e ignote”.

Mi disturba l’andirivieni dei gruppi di turisti, la maggior parte dei quali capisce poco o niente di ciò che vede, solo preoccupati di scattar foto eludendo i divieti e costringendo i guardiani, a ragione infuriati, a rumorose rimostranze. Ma il tempo a disposizione è poco e devo ancora vedere il tempio piccolo, quello dedicato alla regina Nefertari.

Lì, sulla facciata del tempio, Ramses fece scolpire, fra le statue colossali sue e della sposa, queste parole che mia moglie legge: “Un tempio di grandi e formidabili monumenti dedicato alla grande sposa reale Nefertari, amata da Mut, a lei per la quale splende Ra, viva e amata”. All’interno del tempio, sulle pareti e sulle colonne la regina “dolce in amore” è assimilata alla dea Hathor, la dea dell’amore, alla quale si accompagna. La straordinaria eleganza delle figure, specie di quelle femminili, mi colpisce profondamente: qui ci si discosta dalle proporzioni abituali del canone egizio nella rappresentazione del corpo umano, ma noto un allungamento che costituisce una deviazione dai modelli tradizionali.

Che devo dire? Sono uscito dai templi quasi senza coscienza di me stesso, ma non avrei voluto uscirne più. Di ritorno, in pullman, guardo fuori del finestrino mentre gli altri passeggeri sonnecchiano. Ho ancora nella mente, nel cuore, la visione di cui ho goduto intensamente e gli occhi vagano distrattamente sulle dune che scorrono a lato della strada.

Ma ad un tratto, il mio sguardo è attirato da un luccichio tremolante sulla distesa sabbiosa. Là, lontano, sotto le dune dorate, si stende uno specchio d’acqua! È argenteo, increspato e dentro vi si riflettono le colline di sabbia, duplicate così dall’effetto. Spettacolo bellissimo, avvincente, un miracolo che gli altri, addormentati od ottusi, non vedono.

Allora li sveglio, li riscuoto dal loro torpore, dicendo loro che, se lo desiderano, possono assistere senza pagare ad uno dei più straordinari fenomeni naturali che il deserto possa offrire: un miraggio.


Mario


Ultima modifica di Rabelais il Sab Nov 15 2008, 13:53, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Ven Nov 14 2008, 13:24

Leggendo questo racconto ritorno dove mi ha portato il cuore...
Giza città degli dei, pianoro roccioso alla periferia del Cairo
dove sorgono le tre famose piramidi Cheope, Khepren e
Mykerinos appartenenti a sovrani inseriti nella IV dinastia
sempre presso Giza si trova la famosa Sfinge sentinella
delle piramidi stesse, grandi meraviglie di un passato
sepolto.....ma con il desiderio di ritornare per ammirare
altri luoghi di questo Egitto
Grazie Rabelais per il salto nel passato appena fatto..
Voglio omaggiare il tuo racconto con questa foto
Michelle
.

_________________
La classe non è una virtù è un gene!
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MessaggioTitolo: Realtà e sogno (2)   Sab Nov 15 2008, 12:23

I templi del periodo classico


All’alba sono già a Karnak, che gli Egizi chiamavano Ipet-Swt, “Il luogo eletto”. La luce scialba delle prime ore del giorno conferisce alla pietra un grigiore livido, un colore ben lontano da quello dorato, abbagliante, che le fa risplendere nel mezzogiorno. Il complesso sacro della città di Tebe conserva ancora le tracce del suo antico splendore: in più di 2000 anni fu continuamente ampliato poiché ogni faraone vi aggiungeva nuovi edifici, cosicché la sua pianta risulta estremamente vasta e complicata.

Percorro il tracciato principale inoltrandomi, dal viale delle sfingi con testa d’ariete, attraverso il primo pilone. Nel grande cortile c’è ancora la rampa che servì per la costruzione del muro di cinta. Ramses II ha istoriato il Pilone costruito da Horemheb con le sue gesta.

La grande sala ipostila che segue mi stupisce ogni volta che la vedo per le dimensioni delle colonne: nella navata centrale la loro altezza è di 23 metri, eppure sono di una leggiadria inimmaginabile, coi loro capitelli a forma di papiro. Papiri aperti nella zona più alta della sala, papiri chiusi nella parte più bassa, dove il tetto spioveva. È una stupenda foresta di colonne (134) in forma di papiro: quelli alti, assorbendo la luce e il calore del sole, si sono già dischiusi, quelli più bassi, rimanendo in ombra, ancora sono in boccio. Tracce di colore sulle colonne che dovevano, tutte dipinte, dare un fortissimo impatto visivo. Ovunque i cartigli di Ramses II che recitano: sa Ra (figlio di Ra) Wsir Maat Ra Setep en Ra (Ra è potente di giustizia – scelto da Ra) neswt Bit (re della valle e re del Delta) Ramses mery Amon (nato da Ra amato da Amon). In questa sala il grande sacerdote si purificava, prima di presentarsi ad Amon per officiare i riti.

Un altro pilone, e il cortile di Amenhotep III; qui si ergevano obelischi. Resta in piedi quello di Tutmosis, mentre quello della regina Hatshepswt, in granito rosa, è adagiato per terra. Bellissimo, molto ben conservato, con le scritte in geroglifico incise finemente. Poi altri piloni e il sacrario e il cortile centrale e il tempio delle feste, dove si svolgeva lo Heb-Sed, la sfarzosa cerimonia del Giubileo reale, in un luogo adorno di rilievi raffiguranti piante esotiche. Thutmosis III era un appassionato botanico.

Sulla destra, il Lago sacro. Ora acqua stagnante, come doveva essere suggestivo quando i sacerdoti vi compivano rituali di purificazione! Poi vi sono rovine, per lo più, e parti in restauro. Ma come doveva animarsi ogni anno, nel passato, durante la festa Opet, quando in questo spettacolare scenario si onorava la trinità di Tebe: Amon, la sposa Mut, il figlio Khonsu!



Lungo il viale di sfingi dalla testa umana, lungo 3 Km., la processione si snodava fino al tempio di Luxor (in egizio Ipet, cioè harem) per condurvi la statua di Amon. Il dio celebrava qui la sua funzione generatrice, e su una parete vi è rappresentato nella sua forma creatrice, potente di virilità, di Amon-Min, una figura itifallica, sul cui vistoso attributo in erezione generazioni di uomini e di donne hanno apposto le mani, chiedendo al dio la grazia di potere aver figli o di aumentare o riavere la potenza virile per poter copulare alla grande. Il fallo del dio si presenta tutto unto e annerito dall’usura.



Ho visto persone toccare tuttora la pietra in quel punto: potenza del sesso!

Il sole nel frattempo ha compiuto il suo percorso nel cielo e riscalda dolcemente. Posso levarmi la giacca e rimanere con la camicia di cotone, mentre mi reco al Tempio di Luxor. Fuori del tempio, davanti al pilone, due statue colossali di Ramses II e il suo obelisco in granito rosso, gemello di quello che si trova in Place de la Concorde a Parigi. All’interno del primo cortile, sulla sinistra, fu costruita la Moschea di Abul Haggag: le piastrelle di smalto azzurro, leggere tessere policrome, ne adornano le pareti esterne.

I rilievi del massiccio est, scolpiti sulle pareti, raccontano con dovizia di particolari la battaglia di Qadesh, che Ramses rappresentò su tutti i suoi templi, come mezzo di propaganda politica. Su un muro c’è un foro, al disopra di una iscrizione che reca la titolatura reale di Ramses. In quel buco nella pietra, un uccellino ha fatto il suo nido. Lo fotografo: ne vola fuori, gira un poco al disopra della mia testa e poi si posa sull’orlo, trattenendosi con le zampette sul bordo della pietra.




A destra del cortile, la statua in granito nero del faraone, seduto sul trono, all’ingresso del colonnato campaniforme. La fila delle colonne è deviata verso sinistra in una arditissima fuga prospettica, mentre il profilo del faraone si staglia perfetto contro il cielo e la luce incendia ora colonne e colossi e altorilievi e bassorilievi e geroglifici in un trionfante splendore.

Mi sento magneticamente catturato dall’armonia di questa architettura e di questa scultura nella quale la maestà inavvicinabile del dio si unisce alla profonda passione di una concezione artistica che esprime tutta l’umanità di un popolo.



Mario
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MessaggioTitolo: Realtà e sogno (3)   Mar Nov 18 2008, 14:44

La valle dei Re


La strada procede diritta, attraversando villaggi di contadini e campi coltivati. Poi i due Colossi di Memnone, unici resti del tempio funerario di Amenhotep III distrutto dalle alluvioni del Nilo, appaiono stagliandosi contro la montagna e sembrano segnare un’ideale porta d’ingresso alla Valle. Ecco come dovevano apparire, agli occhi degli antichi egizi:



La Valle dei Re è una conca che si apre ai piedi delle montagne del deserto, sulla riva occidentale del Nilo. Qui furono sepolti tutti i faraoni dalla XVIII alla XX dinastia, quando la capitale dell’Impero era Tebe.

Nella zona ci sono 62 tombe, ciascuna con un numero assegnato nell'ordine in cui furono scoperte. Hanno una struttura comune, per riprodurre il mondo dell’Aldilà, con un lungo corridoio inclinato che scendeva in un'anticamera o in una serie di sale ipostile, per concludere in una camera funeraria. Sebbene tutte siano disposte secondo questo schema comune, non vi sono due tombe simili. Non tutte le tombe sono aperte e visitabili contemporaneamente.

“Imentiw” (gli occidentali) chiamavano gli Egizi i morti, coloro che andavano ad Occidente, dove il sole tramonta, dove anch’essi tramontavano per proseguire la loro vita nel mondo ultraterreno, come il dio Ra prosegue il suo viaggio sulla barca solare nel mondo sotterraneo durante le ore notturne.

Al disopra della Valle si erge una caratteristica montagna di forma piramidale, chiamata "La Cima": forse fu quel segno a decidere l’ubicazione delle nuove tombe reali. In questa valle, incuneata nel fianco di una montagna, il vero signore è il silenzio.

Quello che ancora vi regna dopo il tramonto, quando viene chiusa e finiscono le visite e l’antica spiritualità prende il sopravvento sulla moderna tecnologia dei metal-detector all’ingresso, dei vetri protettivi davanti ai dipinti, della luce elettrica, degli scivoli di legno, degli igrometri che ronzano incessantemente all’interno delle tombe.

Il luogo è suggestivo, anche se l’atmosfera di religioso raccoglimento che ispira risulta turbata dalle frotte chiassose dei turisti che guardano molte cose senza vederle e senza capirle.

Ora si penetra nelle tombe attraverso comode passerelle e i corridoi sono sgombri da detriti, ma io immagino ogni volta come doveva essere l’aspetto delle tombe quando si presentarono alla scoperta; e quello di quando furono chiuse – per sempre, si pensò allora - e sigillate dopo le cerimonie funebri officiate per il re che era “salito al suo orizzonte”.

La pianta delle tombe varia, ma rimane immutata la loro struttura: una scalinata conduce ad una successione di stretti cunicoli e di sale, l’ultima delle quali contiene il sarcofago.

Visito soltanto poche tombe, preferendo soffermarmi e gustare i particolari dei dipinti murali, in uno stupefacente stato di conservazione, piuttosto che vedere molto e tutto male.

In quella di Ramses VI rimango fermo nel primo corridoio per gustarmi l’esplosione cromatica delle pareti vivide di scene affascinanti. Qui è rappresentata la psicostasia: un tribunale divino di 42 giudici, presieduto da Osiride, assiste alla pesatura del cuore del re che viene posto su un piatto della bilancia, mentre sull’altro sta la piuma di Maat, simbolo di verità, giustizia, ordine cosmico. Il dio Anubi, patrono degli imbalsamatori, esegue la pesatura, mentre il dio Thot, inventore della scrittura, col calamo in mano, prende nota del risultato e il terribile mostro Ammit, “la divoratrice”, è pronto a fare a brani il defunto qualora il verdetto risultasse sfavorevole. Ma può forse un re, garante di Maat, essere colpevole?




Ed ecco, più in là, Ramses che sale una scala che lo conduce al cospetto di Osiride, signore del mondo ultraterreno, e ad ogni gradino pronuncia una formula della “confessione negativa”.

Mia moglie legge: “Non ho impoverito un misero. Non ho fatto piangere. Non ho ucciso. Non ho tolto il latte dalla bocca dei bambini”. Le formule magiche si snodano negli eleganti geroglifici, ma non si ha agio di leggere e di sentire con calma. La folla dei visitatori preme, come un lungo serpente scende incessantemente per i corridoi diretta verso la camera del sarcofago che giace spezzato per poi, con una inversione di marcia, ripercorrere a ritroso, questa volta in salita, lo stesso cammino.

La dea del cielo Nut, dipinta sul soffitto della camera sepolcrale, curva sopra la terra, il corpo cosparso di stelle, ingoia il disco solare la sera e, dopo averlo fatto transitare dentro il suo corpo divino, si accinge a partorirlo per dare origine ad un nuovo giorno, nell’eterno divenire del mondo: pare allargare le sue ali protettive anche su quel serpente di folla.

E allora ricordo un passo della formula magica “per non morire di nuovo”: tu sarai per milioni di milioni di anni. E sento che davvero il faraone ha conquistato la sua immortalità. Nel ricordo dei posteri.


Mario


Ultima modifica di Rabelais il Ven Nov 21 2008, 14:09, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Mar Nov 18 2008, 17:29

Io androoo in Egitto rabe grazie per aver messo le foto sono bellissime specie quella del superdotato hihiih bounce
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MessaggioTitolo: Realtà e sogno (4)   Gio Nov 20 2008, 11:26

Kom Ombo


La nave attracca a Kom Ombo dopo il tramonto. Siamo a 40 chilometri da Assuan e a pochi chilometri da Edfu, sull'altra sponda del Nilo. Ho sentito il richiamo alla preghiera elevarsi dalla riva e dopo che il rosso del cielo si è sciolto in un appannato addensarsi di ombre, le prime luci si sono accese lungo il fiume, a segnare case di contadini e villaggi finché, bagnato dal fulgore dei potenti riflettori è apparso, quasi sorto dal Nilo, il tempio: si eleva infatti su di una collinetta che domina un’ansa del fiume.




È l’unico tempio egizio dedicato a due divinità: Haroeris, una manifestazione solare di Horo, e Sobek, il dio coccodrillo. La specificità del tempio però non si limita alla doppia dedicazione: anche la pianta è doppia e presenta due ingressi separati sia nel muro di cinta che nel pilone. E all’interno due corridoi circondano le sale ipostile e le cappelle e due sale per le offerte, una di seguito all’altra, precedono due santuari affiancati.




I coccodrilli sacri, che venivano venerati in questo tempio quali immagini del dio, da morti erano mummificati e alcuni si vedono ancora nella piccola cappella a fianco del tempio, verso la quale si dirige il grosso della folla dei turisti. Non ho mai capito la passione della gente comune per le mummie, la curiosità velata di necrofilia che spinge molte persone a guardare (ma se potessero, toccherebbero anche) resti animali od umani imbalsamati: forse avvolgere morbosamente con uno sguardo sfacciato un essere morto da migliaia di anni esprime un inconscio significato apotropaico? I coccodrilli che un tempo popolavano la parte bassa ed il delta del Nilo, ora non riescono a passare oltre la grande diga di Assuan, ma anticamente comparivano più numerosi quando il fiume cominciava a gonfiarsi per la piena annuale: si credeva che il dio Sobek la annunciasse per mezzo di questi animali in cui si incarnava.

Ed ecco che i solerti sacerdoti, in pieno accordo con gli esattori delle tasse, provvidero a segnare il livello raggiunto dalle acque in piena con la costruzione di quel bel nilometro che si trova nel cortile del tempio. Maggiore era il livello dell’acqua, maggiore sarebbe stata la zona irrigata dal fiume, maggiore il raccolto e maggiore il carico fiscale. Noi lo chiamiamo oggi calcolo presuntivo del reddito.




La cosa che mi interessa maggiormente in questo tempio, oltre alla sua pianta, sono i bassorilievi che si trovano nel corridoio esterno, sulla cui parete sono rappresentati strumenti chirurgici, tra i quali un forcipe ed una sedia da parto: era attiva qui, come in molti altri templi egizi, un’importante scuola medica.




Un altro rilievo mostra il calendario dal quale si comprende che gli antichi egizi dividevano l'anno in tre stagioni: AKHET, detto anche dell’inondazione, andava da metà luglio a metà novembre; PERET, del deflusso, aratura e semina, da metà novembre a metà marzo; SHEMU, il raccolto, da metà marzo a metà luglio. Le tre stagioni erano divise a loro volta in quattro mesi ciascuno di trenta giorni, per un totale di trecentosessanta giorni; per recuperare i rimanenti cinque giorni, aggiungevano un mese di solo cinque giorni.




Devo fare attenzione mentre cammino: l’antica pavimentazione è sconnessa e i riflettori puntati verso l’alto impediscono di veder bene il suolo. Allora mi fermo e mi guardo intorno ruotando su me stesso: il tempio è illuminato a giorno, ma conserva negli anfratti suggestive zone d’ombra.

Sopra di me, un meraviglioso cielo inondato di stelle, tra le quali campeggia la costellazione di Orione: ai piedi dell’altura il Nilo, acque nere accese dai riflessi dei fari delle navi e delle barche: è uno spettacolo troppo bello per riuscire a descriverlo.

Dopo la visita, la ridda del mercatino nel quale mi tuffo, bevendo beato le luci delle bancarelle, i colori delle merci e delle mille galabyie offerte, le grida dei venditori, il vociare della folla, gli odori di spezie e di cibi cotti sulla via. Sono così affascinato da questo paese!



Mario
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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Gio Nov 20 2008, 13:36

Rabelais ha scritto:
Kom Ombo


La nave attracca a Kom Ombo dopo il tramonto. Siamo a 40 chilometri da Assuan e a pochi chilometri da Edfu, sull'altra sponda del Nilo. Ho sentito il richiamo alla preghiera elevarsi dalla riva e dopo che il rosso del cielo si è sciolto in un appannato addensarsi di ombre, le prime luci si sono accese lungo il fiume, a segnare case di contadini e villaggi finché, bagnato dal fulgore dei potenti riflettori è apparso, quasi sorto dal Nilo, il tempio: si eleva infatti su di una collinetta che domina un’ansa del fiume.




È l’unico tempio egizio dedicato a due divinità: Haroeris, una manifestazione solare di Horo, e Sobek, il dio coccodrillo. La specificità del tempio però non si limita alla doppia dedicazione: anche la pianta è doppia e presenta due ingressi separati sia nel muro di cinta che nel pilone. E all’interno due corridoi circondano le sale ipostile e le cappelle e due sale per le offerte, una di seguito all’altra, precedono due santuari affiancati.




I coccodrilli sacri, che venivano venerati in questo tempio quali immagini del dio, da morti erano mummificati e alcuni si vedono ancora nella piccola cappella a fianco del tempio, verso la quale si dirige il grosso della folla dei turisti. Non ho mai capito la passione della gente comune per le mummie, la curiosità velata di necrofilia che spinge molte persone a guardare (ma se potessero, toccherebbero anche) resti animali od umani imbalsamati: forse avvolgere morbosamente con uno sguardo sfacciato un essere morto da migliaia di anni esprime un inconscio significato apotropaico? I coccodrilli che un tempo popolavano la parte bassa ed il delta del Nilo, ora non riescono a passare oltre la grande diga di Assuan, ma anticamente comparivano più numerosi quando il fiume cominciava a gonfiarsi per la piena annuale: si credeva che il dio Sobek la annunciasse per mezzo di questi animali in cui si incarnava.

Ed ecco che i solerti sacerdoti, in pieno accordo con gli esattori delle tasse, provvidero a segnare il livello raggiunto dalle acque in piena con la costruzione di quel bel nilometro che si trova nel cortile del tempio. Maggiore era il livello dell’acqua, maggiore sarebbe stata la zona irrigata dal fiume, maggiore il raccolto e maggiore il carico fiscale. Noi lo chiamiamo oggi calcolo presuntivo del reddito.




La cosa che mi interessa maggiormente in questo tempio, oltre alla sua pianta, sono i bassorilievi che si trovano nel corridoio esterno, sulla cui parete sono rappresentati strumenti chirurgici, tra i quali un forcipe ed una sedia da parto: era attiva qui, come in molti altri templi egizi, un’importante scuola medica.




Un altro rilievo mostra il calendario dal quale si comprende che gli antichi egizi dividevano l'anno in tre stagioni: AKHET, detto anche dell’inondazione, andava da metà luglio a metà novembre; PERET, del deflusso, aratura e semina, da metà novembre a metà marzo; SHEMU, il raccolto, da metà marzo a metà luglio. Le tre stagioni erano divise a loro volta in quattro mesi ciascuno di trenta giorni, per un totale di trecentosessanta giorni; per recuperare i rimanenti cinque giorni, aggiungevano un mese di solo cinque giorni.




Devo fare attenzione mentre cammino: l’antica pavimentazione è sconnessa e i riflettori puntati verso l’alto impediscono di veder bene il suolo. Allora mi fermo e mi guardo intorno ruotando su me stesso: il tempio è illuminato a giorno, ma conserva negli anfratti suggestive zone d’ombra.

Sopra di me, un meraviglioso cielo inondato di stelle, tra le quali campeggia la costellazione di Orione: ai piedi dell’altura il Nilo, acque nere accese dai riflessi dei fari delle navi e delle barche: è uno spettacolo troppo bello per riuscire a descriverlo.

Dopo la visita, la ridda del mercatino nel quale mi tuffo, bevendo beato le luci delle bancarelle, i colori delle merci e delle mille galabyie offerte, le grida dei venditori, il vociare della folla, gli odori di spezie e di cibi cotti sulla via. Sono così affascinato da questo paese!



Mario

Complimenti Rabelais. Semplicemente meraviglioso. Dopo un brutto atterraggio all'areoporto di Bologna, quando sono sceso ho baciato la terra come papa Gianpaolo 2°. Mi sono promesso di non risalire su un aereo nemmeno dipinto :lol: .Però di fronte a tanta bellezza...Di nuovo complimenti ☀
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MessaggioTitolo: Realtà e sogno (5)   Dom Nov 23 2008, 09:24

Le chiuse di Esna




Tra Luxor e Assuan la valle del Nilo si restringe poco alla volta. Il deserto preme sulla striscia di verde per arrivare al fiume e talvolta lo raggiunge.

A 55 Km. a sud di Luxor si trovano delle rapide: il Nilo si precipitava turbinando come un torrente a causa del dislivello del terreno e il fenomeno era ancora più vistoso quando c’era la piena.

Il dio della cateratta di Assuan, Khnum, era anche il protettore di Esna e a lui venne qui dedicato un tempio in epoca greco-romana.

Ora due chiuse, ad Esna, permettono di superare il dislivello rendendo possibile la navigazione fino alla grande diga di Assuan. Siamo nell’Alto Egitto, in Nubia, poco sopra il tempio di Edfu, sulla sponda occidentale del Nilo, qui troviamo una cittadina, Esna, che ha origini antichissime, infatti durante il periodo di maggior splendore dell’impero era la capitale di un “Nomo”, ossia di una provincia. Poiché attualmente si stanno eseguendo lavori di ampliamento sulle chiuse, il passaggio delle navi da crociera, sempre più numerose, risulta molto rallentato e l’attesa si dilata per ore, talvolta per più di un giorno. Sulla nave, per ingannare l’attesa, i turisti si lasciano catturare dagli animatori che organizzano per loro cacce al tesoro, partite a carte, tornei di ping-pong, gare di lancio delle freccette. Giudico tali attività deprimenti.




C’è uno splendido sole: per me la cosa migliore è mettermi in costume sul ponte più alto della nave, sdraiato su un lettino, con un libro in mano. Lì il vocìo della gente che starnazza sui ponti inferiori risulta attutito.

La nave procede lentamente, tra poco getterà l’ancora aspettando il suo turno per passare le chiuse. Quando si ferma, comincia lo spettacolo a cui veramente vale la pena di assistere, da riprendere con scatti fotografici a ricordo del viaggio.

Gli Egiziani, che hanno la passione del commercio nel loro patrimonio genetico, non si accontentano di sostare davanti ai loro banchi di merci nei mercatini, ma si recano personalmente, merce in spalla, nei luoghi in cui pensano che potranno concludere affari più lucrosi. Eccoli dunque arrivare su barchette stracariche di mercanzie e fermarsi sotto le navi in sosta reclamizzando le loro variopinte esposizioni di tovaglie, galabyie, scialli, tappeti, copricapi, coperte e quant’altro, in un fantasmagorico, incessante e cromatico sciorinamento turbinoso di stoffe ed oggetti che essi lanciano con consumata abilità al disopra delle loro teste sui vari ponti della nave, perché i turisti affacciati possano prendere in mano la merce ed esaminarla a loro agio. Al lancio segue la richiesta del prezzo e cominciano le schermaglie delle contrattazioni.




Una buona regola è fare una controfferta che costituisca un abbassamento vertiginoso della cifra richiesta: un terzo, un quarto, per giungere, attraverso mille giochi verbali, molti scherzi, molte risate e finte scene di disperazione da parte loro, alla definizione di un prezzo conveniente ad entrambe le parti, che si colloca mediamente a metà di quello iniziale.

Una tovaglia mi piomba sulla testa, un’altra viene lanciata giù dal ponte da un donna che vuole cambiare il colore, la sua amica desidera un disegno diverso per il tappeto, mentre un uomo grida le misure che gli servono per lo scialle. I venditori, dalle loro barche, raccolgono, cambiano, contrattano, lanciano, gridano: il gioco si fa serrato, le galabyie volteggiano colorate da tutte le parti, le donne se le provano, le ributtano giù, fanno offerte, chiedono altre misure o ricami o colori.

Su una barca un mercante, per attirare lo sguardo, indossa un abito femminile e si pone uno scialle sulla testa. È molto alto e magro e di carnagione chiara e assomiglia, sia per l’aspetto fisico che per l’atteggiamento, all’attore Massimo Troisi, quando recitava la parte della Madonna nello sketch sulla Annunciazione. È di una irresistibile “vis” comica, mi guarda sorridendo e non posso trattenermi dal ridergli in faccia.

Ad ognuno i mercanti appioppano un nome, un soprannome: “Capoooo", "Pierooooooo", "Antoniooooo" secondo le loro conoscenze linguistiche e l'estro del momento; così un turista con i capelli completamente rasati a zero viene apostrofato come ”capelloneeeeeeee”. E non mancano le ingiurie: ”Tu ... mafiosoooo!” urla un mercante all’indirizzo di un turista che vuole abbassare troppo il prezzo.

Questo mercato in verticale ha bruscamente fine quando la nave muggisce il suo boato di avvertimento e si accinge a muoversi per avvicinarsi ulteriormente alla chiusa: allora i venditori ritirano al volo (letteralmente) la loro merce e il loro denaro e le barchette si allontanano veloci come erano arrivate.



Mario
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Michelle

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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Dom Nov 23 2008, 11:29

Grazie per tutte le delucidazioni,
come dicevo viene voglia di ritornarci




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ikary72



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MessaggioTitolo: Viaggi   Lun Dic 08 2008, 02:21

Allora un viaggio che mi verrebbe spontaneo ora come ora, come tutti Voi sapete sarebbe andare dalla mia amata, ma sarebbe scontato e non lo considererei un viaggio vero e proprio,anche perchè se si ama non serve un sogno di un viaggio ma si piglia e si va, ma questo è un altro discorso.
Per un mio fantomatico sogno nel cassetto ci devono essere due requisiti fondamentali, uno la voglia di andare, senza quella non si va manco al mercato rionale, e secondo una buona compagnia, senza quella anche il classico fine settimana fuori porta risulterebbe deleterio.
Per quanto riguarda un mio viaggio da sogno sarebbe andare in Giappone terra che mi ha sempre affascinato per i suoi contrasti, si riesce a trovare un conentrato di tradizionalismo inserito in un contesto di sfrenato consumismo.
Si riescono a trovare citta come Tokyo, mia meta da sempre, nella quale trovi gente che se potesse vive 48 ore su 24 e altretante persone ancorate alle tradizioni e fiera di esser Giapponese nella sua essenza, davvero un paese che mi ha sempre affascinato per i suoi contrasti e per il suo modo di vedere la vita in generale.





Poi ovvio che amo svisceralmente Tokyo per la sua teconologia, io sempre stato amante di tutto ciò che è iper tecnologico, quindi come dire no al paese dei balocchi, paese avanti anni luce a noi che pensa con mentalità operaia, ma sempre un passo avanti al globo, davvero una chimera per me, in senso lato ovviamente, ma sicuramente un posto che amerei visitare.




Un giorno mia meta e chissà se poi tornerò più indietro????

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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Ven Feb 27 2009, 20:02

Idem ikary...Adoro il giappone...Ma anche l'australia lol!
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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Lun Mar 02 2009, 14:46

un viaggio che vorrei fare e non è molto lontano è il tour della sicilia... mi accontento di poco. e sono convinta che la nostra italia ha talmente tante cose da regalarci che potremmo passare tutta la nostra vita visitando ogni singola via di questa italia splendida viola
oviamente partendo dalla sicilia in su nèèèèèèè Very Happy
un bacione smakkk
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Rabelais

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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Lun Dic 28 2009, 11:33

Il villaggio nubiano
(14 gennaio 2005)







Fin dal tempo dell’Antico Regno i Nubiani, colonizzati, vennero arruolati nell’esercito egizio. Nei dipinti vengono raffigurati neri di pelle, con capelli corti e caratteri somatici negroidi e appaiono sempre o come tributari o come nemici vinti.

E proprio in Nubia Ramses II fece costruire quei templi di Abu Simbel, la cui presenza scoraggiasse gli abitanti dalla ribellione e costituisse un forte segnale della potenza dello stato, anche in una provincia così lontana, ai confini dell’impero, una terra che aveva dato i natali alla sua prediletta Nefertari, la “grande sposa reale”.

Malgrado ciò e malgrado venissero utilizzati con funzioni di Polizia (i Medjai), c’è una punta di disprezzo nel modo in cui gli Egizi consideravano i Nubiani. A questo proposito un passo di un testo dice: “Il vile nubiano … se ti ritiri, ti incalza; se lo assali, ti dà la schiena”. Questo mi viene in mente mentre ascolto un egiziano del Cairo che parla delle usanze dei Nubiani e li descrive come omertosi renitenti alle leggi dello stato e in odore di mafia, dicendo che non è loro abitudine fare denunce alla Polizia, quando avviene un delitto, ma preferiscono farsi giustizia da sé, secondo antiche consuetudini.

E anche in tutti gli altri campi della vita sociale, le loro usanze si discostano nettamente da quelle degli altri egiziani. La lingua che essi parlano è incomprensibile per gli altri egiziani, con i quali comunicano in arabo, mentre tra loro usano soltanto la loro lingua. Insomma, costituiscono un’entità distinta e fortemente caratterizzata, all’interno dello stato egiziano.

Ci siamo lasciati alle spalle Assuan: sulle rive ho visto sfilare il mausoleo dell’Aga Khan che sovrasta la villa nella quale la Begum veniva a svernare; le tombe rupestri dei nobili, principi di Elefantina; il famoso Old Cataract Hotel, in cui Agata Christie ambientò il giallo “Assassinio sul Nilo”… la barca a motore sta viaggiando, a velocità ridottissima, lungo il Nilo, risalendo la corrente, e ci si inoltra sempre più all’interno di un paesaggio di una bellezza straordinaria, primordiale e selvaggia.







Dal letto del fiume emergono isolotti e formazioni rocciose che rendono difficile il passaggio: spesso la chiglia urta violentemente contro i blocchi di granito, sollevando grida di apprensione dei miei compagni di viaggio e se per evitarli il timoniere costeggia dappresso un isolotto, il pericolo è sulla testa: dalla riva si protendono verso il fiume rami cespugliosi e giunchi forti e flessibili, che sciabolano sui dorsi dei gitanti, portando via copricapo e oggetti non saldamente tenuti in mano.



Disturbati dal rumore del motore, uccelli acquatici si levano in volo o si allontanano veloci e sono anatre, gallinelle d’acqua, aironi, tra cui i bellissimi aironi cinerini… vedo anche, seminascosto dalla vegetazione, un ibis, l’uccello sacro al dio Thot, inventore della scrittura, colui che gli Egizi chiamavano “signore delle parole divine”. Sono così belli, così come belli sono i geroglifici che li ritraggono con precisa, attenta, amorosa osservazione, salvando le loro caratteristiche essenziali pur nella iconografica fissità della rappresentazione. Penso che una scrittura così affascinante, ricca, elegante, non poteva nascere che qui, sulle rive di questo fiume meraviglioso, in questa terra straordinaria, unica al mondo.

Le rive sono verdi di arbusti, cespugli ed erba, ma subito dietro si vedono i contrafforti rocciosi del deserto che incombe colla sua presenza di sabbia dorata e pare volere strappare via anche quest’ultima, sottile striscia di terra fertile e scura. Là vedo un bue sdraiato e intento a ruminare mentre il suo guardiano, seduto sulla riva, rumina pensieri che la corrente del fiume si porta via.

Più oltre appare, tra le palme, un villaggio: le case di mattoni crudi fatti, come 5000 anni fa, di paglia e fango, sono intonacate di bianco. Appaiono come piccoli parallelepipedi addossati gli uni agli altri, su cui svetta esile ed elegante un minareto. Se uno degli abitanti del villaggio si è recato in pellegrinaggio alla Mecca, allora la sua casa si addobba a festa. Viene interamente dipinta di azzurro, oppure istoriata con la narrazione del viaggio compiuto, intervallata da versetti del Corano. Lo stile naif ricorda i disegni infantili e parla della semplicità di cuore e di vita di questa gente.

Ora vedo, sulla riva sabbiosa, un’intera mandria di vacche. Sono saldamente ancorate al terreno da una lunga catena la cui estremità è legata al loro collo. I vitellini invece sono liberi e corrono verso le madri che li richiamano coi loro muggiti. Alcuni ragazzetti stanno qui, intorno ai loro padri. Una barca di pescatori è ormeggiata presso la riva, dove una donna sta lavando i panni nel fiume.



Tutti indossano galabyie: gli uomini le portano bianche o azzurre e hanno un turbante sul capo, talvolta uno shall avvolto intorno al collo; quelle delle donne sono più ricercate, con ricami allo scollo e agli orli e hanno colori vivaci se sono indossate dalle giovani non ancora spose, mentre le maritate le portano nere. Qui tutte le donne, ad eccezione delle bambine, portano l’ ijab, il foulard che avvolge la testa e la gola, e qui, per tutte, la scelta dei colori è libera e le tinte sono vivaci e armoniose.

Ora le rive presentano solo rocce di granito e sabbia da cui emergono rari cespugli spinosi … ed ecco apparire all’improvviso una mandria di dromedari! I cammellieri li conducono sull’argine per accogliere i turisti che desiderano provare un brivido di esotismo facendo una passeggiata a dorso di dromedario.



Mi viene in mente la scontata battuta di spirito che i venditori egiziani, desiderosi di concludere affari, rivolgono alle turiste che prestano loro attenzione: dopo avere espresso meraviglia per la loro bellezza, manifestano il desiderio di sposarle con la classica domanda: “Quanti cammelli?”, uno scherzo che riporta a tempi passati, ad usanze ormai dimenticate, ridotte a un ricordo simbolico dall’avvento della nostra civiltà industriale e consumistica, che ha contaminato ogni angolo del mondo.

Una volta ho risposto indicando un numero di cammelli nell’ordine delle migliaia: l’egiziano si era dimostrato disperato e aveva cercato di abbassare il prezzo facendo la sua controfferta. Si era dato l’avvio ad una divertentissima pantomima alla fine della quale avevamo riso tutti di gusto.

Questa gente è di indole allegra e giocosa, serena e socievole; il rovescio della medaglia è la sua naturale predisposizione ad essere bugiarda anche senza necessità, solo per il gusto di raccontare, unita ad una certa passione per l’imbroglio: occorre tenere sempre gli occhi aperti e mai fidarsi senza una personale verifica dei fatti o senza accordi ben precisi.

Ora appare il villaggio che andiamo a visitare. I bambini, dalla riva, hanno avvistato l’imbarcazione e gridando si precipitano verso l’attracco, scapicollandosi giù per le dune a balzi, ognuno di loro pronto a catturare un turista, in un loro personalissimo safari. Io vengo adocchiato da due bambine di circa 7-8 anni, che mi afferrano le mani, mi vogliono tirare a sé. Devo insegnargli le buone maniere e dimostrare che il gioco lo conduco io.



“La, la – dico guardandole severamente - issmi M. Ma issmuki?” (no, no… io sono M. Tu come ti chiami?). Mi guardano meravigliate e si presentano: sono Nadia e Fatima e non mi lasceranno più per tutta la durata della visita, difendendomi dalle intrusioni degli altri bambini. Ho portato con me per tutti campioncini di profumeria che ho potuto racimolare come omaggi, biro e astucci di poco prezzo. Subisco un assalto quando le piccole pesti me li vedono in mano: vorrebbero strapparmeli via, comportandosi come le scimmie, ma dopo una breve resistenza, ho ragione di loro: gli dico “tahèt!” (giù) e li faccio accoccolare ai miei piedi, facendogli capire con un dito sulle labbra che devono fare silenzio. Distribuisco le mie cosette facendo man mano allontanare chi ha ricevuto qualcosa. I più furbi tentano di ritornare, ma li mando via e gli altri ridono. Ridono sempre, sono deliziosi.

Dopo avere così ammansito le piccole belve, raggiungo gli altri che intanto sono entrati in una casa. Qui, in una saletta dalle pareti affrescate e dipinte d’azzurro, la guida sta spiegando agli altri, seduti tutti intorno su panche in muratura addossate alle pareti, cose che io già conosco, per cui preferisco aggirarmi per le varie stanze, dopo avere chiesto il permesso alla padrona di casa che me lo concede, come pure mi concede di scattarle una foto, dietro corresponsione di un bakshish. Le dò un euro e si mostra soddisfatta. Cerca anche di vendermi souvenir, ma declino l’offerta. Sugli oggetti che lei gabella come prodotti dell’artigianato locale c’è scritto “made in China”. Guardo sempre molto bene prima di acquistare.



La cucina di questa casa mi fa capire che questa famiglia è ampiamente benestante, forse per lo sfruttamento turistico che opera col sacrificio della sua privacy … vedo infatti un frigorifero e un’enorme quantità di stoviglie e di pentole di rame di tutte le dimensioni, lucide e risplendenti come soli al tramonto nel loro bagliore di oro rosso. Questa batteria da cucina costituisce lo status-symbol della famiglia e indica il tenore di vita dei suoi componenti: infatti un tempo solo i ricchi capitribù potevano permettersi di invitare alla loro tavola molti commensali meno abbienti e per questo erano provvisti di una grande quantità di vasellame di rame, materiale pregiato, mentre i poveri potevano disporre solo di una o due pentole di coccio.

La donna mi segue, indicandomi oggetti. Mi era parsa anziana, invece scopro che ha soltanto 40 anni … Anni-luce ci separano. Questo penso, durante il ritorno in barca, mentre il sole affoga il fuoco dei raggi nel Nilo e il richiamo alla preghiera risuona nell’aria del tramonto.

Rabelais
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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Mar Dic 29 2009, 16:53

Rabelais......complimenti.
Ho letto solo adesso le meraviglie descritte e cinconstanziate con tanta precisione.
Da nonno a nonno......sei un grande nonno!
Pensa la differenza tra me e Te......io non ho mai preso un aereo.
Ancora complimenti.
nonno attila!
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Michelle

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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Ven Gen 01 2010, 13:09

Si nonnino condivido il tuo pensiero, piacevolissimo
Rabelais da leggere



Michelle

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Scugnizza

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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Mar Apr 20 2010, 02:20

In questo periodo sto organizzando una mini vacanza in Sicilia e Calabria!!!!! Twisted Evil
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SPIRITO

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MessaggioTitolo: Re: Dove vi porta il cuore?   Mar Apr 20 2010, 08:05

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